È in salita la strada verso la ripresa delle attività agonistiche del calcio in Italia. La situazione, chiaramente, non è semplice. I tempi cominciano ad essere stretti e l’incertezza della tenuta del sistema sanitario nazionale di fronte ad una nuova ondata di contagi influenza tutto ciò che dovrebbe ripartire, mondo del pallone incluso.

Sono due i nodi principali attorno ai quali ruota la concreta possibilità di ritornare a giocare. Il primo riguarda cosa fare in caso di nuovi contagi tra i giocatori. Le squadre e la FIGC vorrebbero assumere ciò che in queste ore viene definito il “modello tedesco”. E cioè considerare il giocatore al pari di un infortunato, obbligato però alla quarantena fino all’avvenuta negativizzazione.

Il comitato tecnico-scientifico, invece, chiede che sia l’intera squadra ad andare in quarantena per 14 giorni. E che venga fatto un ritiro preventivo alla ripresa degli allenamenti di gruppo, al momento ancora prevista per il 18 maggio. E se il ritiro può essere anche organizzato, l’eventuale quarantena significa estromettere di fatto la squadra dal campionato e, forse, dalle coppe.

Le ragioni del comitato tecnico-scientifico risiedono nella considerazione che il nuovo positivo può esserlo da qualche giorno ed aver fatto altri allenamenti coi suoi compagni. Quelle delle squadre, invece, volgono verso la necessità di concludere la stagione.

In tutto questo, c’è però il secondo nodo, molto più complicato da districare. Nel documento inviato dal comitato tecnico-scientifico, si ribadisce che le misure di quarantena volontaria devono essere stringentemente rispettate sotto la responsabilità del medico sociale e del medico competente. Una responsabilità che di fatto mette il medico sociale nell’occhio del ciclone. È sua la responsabilità di un eventuale contagio, e potrebbe così ricadere su di lui una eventuale causa per incidente sul lavoro in caso di contrazione della malattia. Una responsabilità sulla quale più volte il dottor De Nicola, ex medico sociale del Napoli, ha battuto nelle scorse settimane.

Una responsabilità, insomma, che nessuno in Italia tra mondo del calcio e mondo politico, ha deciso di prendersi. E che ha scaricato sul punto più debole della catena, il medico sociale. Come se il calcio fosse – stavolta suo malgrado – un’azienda in cui il medico competente non ha consigliato i giusti DPI ai dipendenti.

E infatti il presidente dell’Associazione Medici Italiani Calcio, Enrico Castellacci, in un’intervista rilasciata oggi a Radio Punto Nuovo, ha annunciato che i medici sociali sono pronti a rassegnare le dimissioni. Queste le sue parole: “Un medico non è un eroe, ma un professionista serio e si assume le proprie responsabilità. Da tempo continuo a ripetere che il medico del calcio è l’anello debole della catena, che non ha un contratto depositato in Lega. L’unica figura poco tutelata, o per niente. Il paradossale è che la figura più debole si ritrova ad essere la figura fondamentale e la più critica. Ho già ricevuto molte lettere di colleghi dalla Serie B che minacciano le loro dimissioni in caso non venisse rivista la questione della responsabilità, che diventa una responsabilità penale. I club si devono assumere le loro responsabilità, bisogna nominare dei medici competenti che vanno associati ai medici del calcio nel rispettare le linee guida”.

Queste invece le parole di Castellacci sulla quarantena in caso di nuovi contagi: “Si crea un grosso handicap, se si fosse seguito il modello tedesco sarebbe stato più semplice. Avremmo messo in isolamento il giocatore contagiato, fatto i tamponi necessari e fatto riprendere gli allenamenti. Qui si pensa alla riapertura del campionato, non escludendo una prossima chiusura. Una volta che si iniziano le trasferte, il pericolo di contaminazione è più alta, basta un solo giocatore e si blocca il campionato. Crea delle perplessità non indifferenti sulla vera volontà di ripartire”.

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