Ricardo Alemao, ex centrocampista del Napoli dei trionfi, ha rilasciato un’intervista esclusiva al Corriere dello Sport, nella quale ha raccontato il dolore per la dipartita della mamma e di tanti ricordi dei tempi napoletani.

Questa l’intervista realizzata dal collega Antonio Giordano.

Quando si perde una mamma è impossibile farsene una ragione: questi sono i giorni di tristi di Alemao, travolto dal dolore che soffoca e che opprime.

«E io ancora non so perché mia madre, Margherita, sia morta. Nessuno ci ha detto niente, non abbiamo neanche potuto salutarla come avremmo voluto, come si dovrebbe. È successo tre settimane fa ed è andata via in quattro giorni: la tosse è diventata polmonite, c’è stato un peggioramento e poi è spirata. L’abbiamo portata al Cimitero ed eravamo lì soltanto i familiari più stretti, i figli e i nipoti. Ci hanno consentito di stare dieci minuti insieme, senza ovviamente che si potesse aprire la bara, per vederla ancora una volta. L’ultima».

La sua scelta l’ha indotta a lasciarsi alle spalle il calcio, che è stato il suo mondo.

«Ho smesso anche di guardare le partite in tv, ogni tanto mi concedo quelle del Napoli. Ma ne sono uscito, perché qui l’ambiente è strano e complicato, tutto concentrato intorno ai soldi con un potere concentrato in poche mani. Il mio modo di vivere è diverso, ho un carattere forte e principi personali, posso fare a meno del calcio».

Ma non dei ricordi e neanche dei sentimenti.

«Quelli restano e per sempre. Sento spesso Andrea Silenzi, che per me è un fratello; parlo con Andrea Carnevale, con Rizzardi, con Venturin e anche a volte con Ciro Ferrara. Vedo, quando possiamo entrambi, Careca. Ripenso a Napoli, alla mia casa di via Petrarca, ai miei amici che mi chiamano tante volte e mi invitano. Era in programma un viaggetto in Italia per marzo, sarei dovuto essere a Gubbio e ovviamente sarei poi stato in quella città meravigliosa che mi ha accolto per quattro anni come un figlio».

Banalmente, o ormai anche ritualmente, Alemao viene accostato alla monetina.

«E so che non è possibile evitare quel riferimento: è scritto nella Storia. Dove però c’è anche altro da andare a leggere: per esempio che quell’episodio, aritmeticamente, è ininfluente, perché seppure non ci avessero assegnato la vittoria a tavolino come avvenne, noi saremmo stati campioni d’Italia, con un punto di vantaggio sul Milan. Non avevamo bisogno di quella decisione, ma c’erano regole precise all’epoca. E io fui colpito».

Però le allusioni continuano: e sono passati trent’anni.

«Non posso farci niente e le dico di più, non me frega niente poi tanto di quello che dicono. Conosco me stesso e so com’è andata. E poi rileggo la classifica e cancello tutte le cattiverie che gratuitamente vengono sparse, cercando di cancellare la memoria: Napoli primo, pure se fosse stato confermato lo 0-0 di Bergamo. Lo scudetto è nostro, lo abbiamo conquistato e meritato e se mi fermo a pensare al gol di Bologna o a quello di Stoccarda o a quelli che feci o alle feste per quei successi, posso soltanto affermare di essere stato dentro una favola meravigliosa».

Dice Sacchi, in un libro uscito di recente in Italia, che lei, incontrandolo a Madrid, nella sede del Real, quasi si scusò per quel gesto…

«Questa è una colossale bugia ed ho il dovere di smentire Sacchi. Non avevo nulla da farmi perdonare, perché io non ho alterato la realtà: il dolore alla testa l’ho avvertito io, il taglio l’ho subito io. Immagino sia complesso dover riempire un libro, si devono inserire argomenti che facciano sensazioni, elementi che possano attirare l’attenzione: ma confesso che pensavo di essere al cospetto di una persona più intelligente. E mi rattrista che non sia così».

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