Arturo Di Napoli, ex calciatore di Napoli, Inter, Vicenza e Messina tra le altre, e attuale allenatore del Cologno, è stato intervistato nelle scorse ore in un Live Instagram dalla redazione di NapoliSoccer.NET. È stata l’occasione per ricordare tanti aneddoti ed episodi della carriera calcistica di un calciatore di talento, un po’ sregolato. Di seguito la sintesi elaborata dalla redazione di ForzaNapoli per i propri lettori.

Ci racconti come sei arrivato al Napoli?
“Ero in prestito al Gualdo in C1 dopo l’esperienza ad Acireale, facemmo la finale contro l’Avellino e feci una grande partita. Al termine della gara, mi chiamò l’Inter e, spiegandomi che c’era la possibilità di andare in prestito al Napoli, mi chiese cosa ne pensavo. Non li feci neanche finire di parlare che già ero in aeroporto. Napoli per me ed i miei fratelli era impressionante. Dopo mi chiamò il ds del Napoli dell’epoca Gigi Pavarese e firmai il contratto, dopo scambiammo due chiacchiere e mi disse: ‘sai perché sei a Napoli? Perché hai sbagliato il rigore con l’Avellino’ (ride – ndr). Sono grato al Napoli perché mi ha dato la possibilità di affacciarmi nel mondo del calcio importante”. 

C’è un gol che ricordi in maniera particolare?
“Ho fatti tanti gol ed alcuni di questi erano molto importanti. Personalmente ricordo con molto piacere quello contro la Sampdoria. Un rigore segnato a Zenga negli ultimi minuti, fu un gol importante che andai a festeggiare sotto la curva, fu importante non per la bellezza ma l’importanza, infatti ci consentì di vincere la partita, ricompattare lo spogliatoio ed agguantare la salvezza”.

Napoli-Atalanta, l’assist in rovesciata a Boghossian?
“Ho sentito Boghossian qualche giorno fa e mi ha ricordato di questo assist e di questo gol. Era una partita in notturna e se non ricordo male fecero gol lui ed Imbriani”.

Tra i tuoi compagni di squadra al Napoli hai avuto Carmelo Imbriani, qual è il tuo ricordo di lui?
“Ne abbiamo fatte veramente tante assieme ma sono cose che non si raccontano per la sacralità dello spogliatoio. Con Imbriani eravamo coppia fissa e quando facevamo i doppi allenamenti o le sedute di pomeriggio, lui restava a dormire da me anziché tornare a Benevento. Una volta provammo a fare la pasta ai quattro formaggi che successe (ride – ndr). Ero arrivato da poco a Napoli e ci arrangiavamo a cucinare, dovevamo scolare la pasta e non sapevamo come prendere la pentola dal fuoco, per questo motivo la prendemmo entrambi con i tovaglioli di carta che però da sotto presero fuoco. Con le fiamme altissime lasciammo la pentola e cadde tutto, incredibile, praticamente buttammo tutto ciò che avevamo preparato per non dire che la cucina era un disastro pazzesco e non ci rimase nulla da mangiare. Ricordo Carmelo che, con un faccia sbalordita, fece uscire tutta la sua parte napoletana e mi disse: ‘e mo’ che faccimme?’ (ride – ndr), gli risposi: ‘ordiniamo la pizza qua sotto altrimenti non si mangia’, guardami, penso a questa scena e ancora rido.
Carmelo ci ha lasciato troppo presto ed è una ferita che ancora fa male. Sapevamo che stava attraverso un periodo difficile e lottava contro la malattia che poi ha preso il sopravvento. Carmelo Imbriani era un pazzo, un folle ma era una persona di alto valore umano, bontà e cuore grande come pochi. È un amico che, anche se non è più tra noi, è come se ci sia, era molto simpatico e faceva tanto ridere”.

Com’era Boskov con allenatore?
“Nel calcio ha fatto qualcosa di straordinario, aveva un modo di sdrammatizzare e di porsi ai propri giocatori incredibile. Lo saluto e lo ringrazio ovunque in questo momento lui sia.
Mi ricordo che una volta perdemmo a San Siro e lui ci disse: ‘ragazzi meglio perdere una partita 5-0 che 5 partite 1-0’. Lo disse a noi, alla stampa ed anche ai tifosi che, il giorno dopo, si arrabbiarono molto per queste affermazioni… giustamente si erano fatti 800 km e avevano visto una sconfitta di grandi dimensioni.
A me diceva sempre: ‘sei un ragazzino perché non corri?’. Ci sono tanti aneddoti riguardanti Boskov e sono tutti molto divertenti. Ci faceva allenare alle 11, diceva che a Napoli andava tutto a rilento quindi era giusto allenarci alle 11 anche perché col traffico che c’era sosteneva che era impossibile arrivare presto. Che tempi, dopo l’allenamento mangiavamo sempre con il mitico chef di Soccavo, finivamo tardi e quindi pranzavamo sempre lì verso le 14/14.30. Erano degli orari comodi per tutti noi”.

Perché andasti via dal Napoli?
“Gigi Simoni, che spero stia bene, è stata una persona straordinaria ma forse, all’epoca, per volontà della società si preferì valorizzare altri giocatori che erano di proprietà del Napoli. Io ero in prestito dall’Inter e giocavo poco, Caio giocava più di me ed io non ero contento. Sentendo Mazzola mi disse: ‘panchina per panchina vieni da noi che ci serve un’altra punta’ e quindi nel mese di gennaio ritornai all’Inter”.

All’Inter hai avuto come compagno di squadra un certo Ronaldo…
“Di giocatori forti ne ho visti tanti ma lui è in assoluto il giocatore più forte che io abbia mai visto. I numeri parlano chiaro anche per altri giocatori ma quando si parlo di ‘fenomeno’ a me viene in mente lui, non trovo altri giocatori a quel livello. Era impressionate per doppio passo e accelerazione, teneva botta con i difensori che non andavano leggeri e lui neanche si girava a vedere chi gli avesse dato uno spintone o fatto un fallo, secondo me neanche li sentiva (ride – ndr). Era impressionante aveva un collo grosso così, era velocissimo e palla al piede non riuscivi a toglierla facilmente. Un proiettile”.

Tutti i difensori si facevano la croce con lui, invece tu, come attaccante, da quale difensore venivi messo in difficoltà?
“Tutti noi attaccanti abbiamo avuto un difensore che quando ci marcava ci facevamo il segno della croce, io ne ho avuto uno in particolare: Pietro Vierchowod. Pensa te che una volta, quando finì la partita scherzando, gli dissi: ‘me la dai la palla così gioco un po’ anch’io’. Era pazzesco, quando decideva di attaccarsi all’uomo non avevi speranza. Ecco lui è il difensore che mi ha sempre dato fastidio. Contro di lui non riuscivo mai a toccare un pallone, pure in allenamento quando l’ho avuto come compagno di squadra a Piacenza. A Cannavaro, a Nesta, a Maldini, a Baresi o a Thuram sono riuscito a superarli e fare gol in qualche modo, mentre Vierchowod non mi ha mai fatto vedere il pallone”.

Qual è il compagno con cui ti sei trovato meno bene in carriera?
“Lo sanno tutti che con Zampagna (al Messina, ndr) non andavo d’accordo. Quando il mister doveva dare le indicazioni chiamava prima lui e poi me oppure viceversa. Io dicevo sempre: ‘perché devo farlo io? Faglielo fare a lui, io faccio altro’. Tuttavia in campo mettevamo da parte tutta la nostra rivalità, ci mettevamo l’uno al servizio dell’altro ed entrambi aiutavamo la squadra. Mi ha fatto fare tanti gol, lui è un giocatore che si è costruito da solo, non ha avuto agevolazioni da nessuno e si è guadagnato tutto da solo sul campo, arrivando tardi in Serie A. Per questo motivo aveva un carattere particolare, tuttavia è stato un giocatore straordinario. Adesso la nostra rivalità l’abbiamo messa alle spalle”.

C’è stato qualche allenatore con cui non hai discusso?
“Credo di non aver avuto discussioni con uno o due allenatori, confesso che non ero facile da gestire come giocatore, ho litigato con tutti. Crescendo, capendo le cose mi sono reso di aver buttato via la mia carriera per stupidità e per colpa di quest’aria di superiorità che non mi ha portato grossi benefici. Ma sono esperienza che vanno fatte per capire.
Ovunque sono andato, ho sempre portato i risultati che mi hanno richiesto. Ho molte colpe io, e non gli allenatori con cui sono andato a discutere. Anche se c’è stato qualcuno che mi ha penalizzato, questo fa parte di questo mondo e di questo gioco. Potevo fare di più ma la testa era quella.
Adesso lo posso dire: ero così stupido e folle che, quando giocavo a Vicenza, il giovedì chiamavo mister Guidolin e gli dicevo che avevo fatto una serata ed avevo lo stomaco sottosopra, e lui allargava le braccia sconsolato.
Con il tempo ho capitato molte cose, gli eventi e mio figlio mi hanno cambiato. Molti mi chiedo cosa non rifaresti, io rispondo una marea di cose. Si parla con il senno di poi ma se avessi avuto metà testa di Coppola e Mamede per intensità di allenamento e sacrificio fuori dal campo avrei fatto coppia fissa in nazionale con qualcuno.
Le mie qualità erano tante ma per quanto fossero importanti avevo una testa folle. Sono cose di cui non vado fiero. Adesso faccio l’allenatore e lo dico sempre ai miei ragazzi. Poi loro non mi possono fregare; poiché tutti i trucchetti li conosco e quindi con me cascano male”.

Più facile fare l’allenatore o il giocatore?
“Sicuramente il giocatore, inizi alle 14.30 l’allenamento e alle 16.30 hai finito tutto, baci e abbracci, arrivederci e grazie. L’allenatore lavora 24 ore su 24: prepara l’allenamento, quello del giorno dopo, preparare la gara, preparare la squadra alla gara, deve organizzare la trasferta e la discussione inevitabile con i giocatori, dato che su 23 che ne hai a disposizione, ci sarà sempre qualcuno che non la pensa come te. L’allenatore è un mestiere tosto, che deve trasmettere le proprie idee agli altri, se non hai la passione e l’ambizione di arrivare in alto non riesci a farlo. Se non hai giusto equilibrio e coerenza rischi di essere esonerato. Ti devi far rispettare dai giocatori, devi avere la loro fiducia altrimenti sei un uomo morto. Devi parlare con loro in maniera chiara e senza prenderli per i fondelli”.

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